16 June 2008
E venne il giorno: una recensione.
- Forse qualcuno è inciampato in una bomba nel prato.
- Sì, nel prato della bella addormentata.
Basterebbe forse questo scambio di battute per descrivere l’ultimo film di M. Night Shyamalan, E venne il giorno (“The Happening”, cioè “L’evento”, il titolo originale). Basterebbe, ma non darebbe appieno il senso di esilarante e impresentabile assurdità che ammanta questo film. Un’avvertenza: il post che segue rivela molti aspetti della trama del film; se hai intenzione di vederlo potresti voler smettere di leggere, ma poi non dire che non ti avevo avvertito. Altrimenti puoi cliccare avanti per la recensione propriamente detta.
L’evento cui il titolo allude è senz’altro originale. Il nord est americano è sconvolto da inspiegabili suicidi di massa: come ipnotizzate, centinaia di persone decidono all’unisono di togliersi la vita, con gli strumenti che capitano loro a tiro. Automobilisti provocano scontri mortali, operai si gettano dalle impalcature, vecchine prendono i muri a testate. Il film racconta la fuga di un professore di scienze, di sua moglie e di una bambina che passava di lì per caso da questo nemico invisibile che spinge le persone all’autodistruzione. Ma basta poco perché una trama inedita e stimolante si trasformi in novanta minuti di dialoghi senza senso e persone che scappano inseguite dalla brezza campagnola.
Ci vuole infatti solo un quarto d’ora perché questo agente misterioso che induce al suicidio si riveli essere una tossina liberata dalle piante. Le quali, note per l’indole rancorosa e per la vivace passione democratica, si sono messe d’accordo per sterminare il genere umano, colpevole di aver inquinato il pianeta. Questa sintetica ma esaustiva spiegazione viene esposta a quindici minuti dall’inizio del film da un botanico hippie, il quale poi sostanzia la propria ipotesi con un serio fatto scientifico: le piante producono SOSTANZE CHIMICHE. Persuaso da questo autorevole parere, e dalla menzione di queste misteriose “sostanze chimiche” di cui tutti parlano, il protagonista capisce che dovrà provare il tutto per tutto al fine di salvare moglie e bimbetta dalla malvagia vegetazione - anche a costo di negoziare la pace fra uomini e flora parlandone con un ficus da appartamento (non mi sto inventando niente, succederà davvero).
Nell’ora successiva, il dinamico trio più altri sopravvissuti random cercheranno di sfuggire agli alberi, alle nubi estive e agli zefiri sereni, responsabili di veicolare il terribile veleno. Finiranno per rifugiarsi in una foresta.
È in effetti incredibile come il regista scelga di rispondere al quesito fondante del film nell’arco di pochissimo tempo. Altre ipotesi (attacco terroristico, depressione di massa, visione del film stesso) sono subito liquidate in favore della teoria “Abbiamo abusato della Natura e ora essa vuole ucciderci”. Da questo momento in poi, questo messaggio scioccamente ecologista diverrà l’asse portante del film: ribadito più volte dal protagonista, si concreterà nella didascalica sequenza dell’anziana signora che invita i fuggitivi a casa sua, a patto che non prendano più di quanto è stato offerto loro. Il titolo originario del film era ancora più esplicito a questo riguardo: Shyamalan pensava di chiamarlo “The green effect”, al cospetto del quale acquistano una loro credibilità anche “I frassini assassini” e “Il barbaro rabarbaro”.
Non contribuisce a redimere il film la lampante mancanza di senso di molte scene, e il puro delirio dei dialoghi. Ne ho citato un estratto all’apertura di questo post, ma la lista sarebbe esilarante ma sorprendentemente simile, in lunghezza, al copione del film stesso. C’è una scena in cui il protagonista, per dimostrare la propria sanità mentale a un gruppo di diffidenti sopravvissuti, inizia a cantare e ballare. Bambine introverse si separano dai genitori senza colpo ferire. Un tema ricorrente del film è il senso di colpa della moglie del protagonista, una donna svanita colpevole di aver condiviso una torta gelato con un collega e inspiegabilmente trattata da tutti come lo zoccolone della città. A questo si aggiungono i classici stilemi del genere catastrofico: ragazzini stupidi che si fanno uccidere, l’amico del protagonista che muore pateticamente e per amore, gli umani che anche nella tragedia non sono in grado di cooperare e quindi sono marci dentro. Un discorso a parte meriterebbero le scene sopracitate dell’anziana signora, che incontra i protagonisti in aperta campagna e li saluta dicendo “Salve, devo offrirvi la cena, vero?”, salvo poi farsi dare della vecchia pazza appena il protagonista scopre che ella è proprietaria di una bambola di porcellana riccamente decorata (è inutile che rileggi la frase, non avrebbe senso comunque. Come il resto del film).
ecco, io ora devo troppo vederlo!
Trovo che come titolo “il barbaro rabarbaro” abbia un suo appeal. Però temo che il mio geranio stia producendo sostanze chimiche: che faccio, provo a ragionarci?
A quanto pare anche questo film sarà pluripremiato agli Mtv Movie Awards, come avvenuto per Transformers, data la trama avvincente.
In realtà il film sarebbe dovuto essere anche più bello di così, dato che nel copione originale gli alberi parlavano e la tossina poteva essere sconfitta dal vero amore.
Io ne ho timore…
Ho appena comprato una giuovane pianticella di prezzemolo. Io e dmacabre moriremo senz’altro… Aiut!
Non ho ben capito se ti è piaciuto o meno perché mi sono fermato a metà recensione dopo aver percepito il potente far cagare di questo film.
[...] Torno dalla visione di un film su una nebbia assassina, quindi credo di sapere di cosa parlo. (Dopo il film sugli alberi diabolici e quello della nebbia assassina pensavo di concludere la trilogia, quindi se conoscete qualche [...]